Sveglia alle 8, che fretta c'è. Colazione a pane e marmellata e tè. Lascio che il Nenne si svegli da solo e poi partiamo in auto con la bc sua nel bagaliaio. Organizzazione certosina, lontana dai miei canoni, tutto quanto di meglio per limitare le soste e gestire facilmente le poche previste in modo tale che io possa continuare a correre e non fermarmi mai.
Dopo due km figlio già capottato, tra l'asfalto e lo scalino che separa dalla corsia sterrata. Poco male, s'ammacca solo la mia borraccia nuova d'acciaio (dalla quale scoprirò essere impossibile bere in corsa senza compromettere i denti).
Si riparte. Siamo in missione. Sfioriamo la pista dopo S. Giorgio, dove scorrono rumoreggianti German Style.
Poi via per la parabolica sicuro che non arrivino macchine?
Porta di Vedano e poi fino a Costa Alta, Allo scoccare dell'ora la prima pausa Nenne. Si riposa e rifocilla mentre io corro intorno alla cascina per una decina di minuti sul prato, mi fermo qualche secondo a bere il miscelone di acqua, melassa, limone e zucchero di canna. Si riparte, tornando indietro e prendendo per San Fedele. Nessuna idea precisa dell'andatura, qualche segno su asfalto mi dice che potremmo essere sui 4.50. Si chiacchiera, si vede il tempo passare. Si promette la sosta successiva all'ora e cinquanta di corsa. Attraversiamo tutta la zona tra Cavriga e Giardini della Villa, risaliamo il Lambro passando accanto al Ponte delle Catene e infine tiriamo oltre il Cantone fino a fermarci di nuovo dagli animali del Colosio, giusti a 1.50.
Il Nenne è abbastanza cotto, lo siedo su un tronco a mangiare e bere mentre improvviso un percorso abbastanza accidentato tra prato asfalto e fango. Sono abbastanza in trance, sento che sto andando oltre e il fallimento è dietro le spalle. Ripartiamo a 2.02 e dopo qualche minuto i saltelli allegri cominciano a chiedere il conto, ma solo un po'. Insomma dalle 2.10 è un correre da ultimi 10 di Maratona, ma è solo una sensazione, le gambe vanno comunque. Detto i minuti al figliolo per tenerlo con me, ma in realtà è solo un po' stufo di stare in sella. Per fortuna vuole passare il Ponte delle Catene, cosa che gli manca, e risalire ancora il Fiume.
Arriviamo sul Cavriga a 2.17 e al parcheggio di Villasanta a 2.19. Lui si ferma, io corro ancora quel minutino che manca.
Strava del mio telefono, portato dallo scudiero, dice 24.7 a 4.38 di moving time, con 26' di soste (in cui io ho corso). Come sempre troppo ottimista, saranno 10/km in più sicuro, ma comunque, fatti i dovuti conti siamo, tra 29 e 30km.
I segnali buoni sono le relativa freschezza finale, dimostrata dalla buona reattività in curva e dalla tranquillità con cui cammino e salgo le scale tornando a casa. E con cui, due ore dopo, porto il Nenne in monopattino al Coro e la sera vado alla vecchia casa in bc.
Sbuco sulla strada natale e allungo la falcata, che è ancora sorprendentemente leggera, fino a casa, km 23.600.
La premessa una domanda, di Massimo, su chi si trovi in Martesana quella domenica. Rispondono in diversi, decido di allegarmi. So bene che non torneranno di sicuro indietro prima di averne fatti 9 o 10, per cui si arriva subito intorno a 20 più quelli per raggiungere il luogo dell'appuntamento, il Ponte dei Fornaroli.
Mi sveglio volenteroso e senza indugio monto le Aero nuove, sono rosse come il fuoco aveva sentenziato Flora. Due tazze di tisana e via, pur con una cena leggera di basmati e lenticchie e qualche savoiardo alle spalle. Arrivo all'appuntamento passando dall'anfiteatro; son tutti già lì e non mi fanno nemmeno fermare.
Entriamo nella nebbia, procediamo contromano in quel fiume grigio sospeso che accompagna lo scorrere del naviglio. Qualcuno propone di deviare per il Lambro ma no, dico io, a girare in tondo ci passerebbe presto la voglia.
Così arriviamo a Vimodrone e poi a Cernusco, con io che appena possibile cerco prato o terra battuta, lungo la strisce a parco che costeggiano l'alzaia. Alla chiesetta facciamo boa, su per il ponte pedonale di ferro, km 12 in 60 spaccati. Transitati per le curve dei giardini riprendiamo il Naviglio e ci riprendiamo pure Maran ed Emilio che erano rimasti indietro.
Il rientro verso Milano procede senza cedimenti, anzi da Vimodrone in poi aumentiamo il passo senza accorgercene, scendendo spesso sui 4.30. Un allungo di Maran appena dopo il ponte sul Lambro sfilaccia il gruppo; io lascio fare e arrivati in Via Padova decido di proseguire, accompagnato da Maran, per la ciclabile di Via Palmanova, la via più breve e con il fondo migliore per tornare a casa.
Media del ritorno 4.40. Nessuna crisi di gambe o fame, con il freddo a non presentare, per stavolta, il conto dei liquidi.
Pomeriggio per nulla a riposo, un leggero fastidio in zona bandeletta che però, la mattina dopo, al test della discesa delle scale, supero bene.
Solo a Milano. Senza più nemmeno un padre da accompagnare verso l'ignoto. Esausto e svuotato ma anche spaventato dal nulla da fare, come i pensionati senza cane e passioni. Fa pure caldo.
Mi appiglio a una delle passioni che mi tengo stretta, ma serve qualcosa di poco ovvio.
La città è deserta. Di più. Persino in circonvallazione girano poche auto.
Me la faccio tutta e ci aggiungo pure l'avvicinamento, fino all'angolo Donatello/Abruzzi, da cui parte il tentativo, ore 21 circa.
Dopo 50' circa finalmente trovo una fontanella, in Piazza Napoli, anche perché sono partito sapendo di non essere troppo idratato (pranzo delle 16 accompagnato da rosso freddo). Riprendo subito, passo il Pio Albergo Trivulzio sfiorandone con lo sguardo la camera mortuaria e continuo. Succede anche che sia incapace di seguire al circonvallazione, per cui in una delle grandi rotonde, quella di Piazzale Brescia, infilo Via Dolci credendola Viale Murillo; così mi ritrovo a Segesta e devo deviare per rientrare al Lido, dove ormai non ne ho più, minuto circa 70'.
Vado avanti. Supero la collina del Portello, affianco la Ghisolfa facendo faticosi slalom tra gli sfaccendati, affaccendatissimi, che stazionano fuori dai vari bar di famiglia; i marciapiedi, su e giù, una tortura. Abbandono ai piedi della salita di Piazza Lugano, dopo qualcosa meno di 16km, dove anche il marciapede in realtà scompare. Da lì passeggio per Mac Mahon, trovo un'altra fontanella e la canotta un po' alla volta si asciuga; passo dopo passo cammino 40' e poi a Garibaldi aspetto il tram che mi riporta a casa.
Santo vecchio tram, appunto l'unico senza aria condizionata, adatto al corridore stanco e debilitato.
Bella giornata di sole ma fresca; partiamo allegri e spensierati come mai; fino al 18 si ride e si scherza, a 4.38, con bel passaggio sul retro del Molino Certosa in mattoni rossi. Il Cavallo di razza scalcia e parte verso il 10°, nonostante gli si dica di non esagerare; al 21.097 passo in 1.37.27, e comincio ad allungare, un po' per noia un po' per prendere il Cavallo. Riassorbo il Cap, che procede costante sui 4.35, ma sento che il primo km di strappo l'ho portato troppo veloce, scendendo di 15 " al km (1a lezione, mai ripetere). Intanto esce il caldo e finisce l'ombra, e finiscono fortunatamente anche i pescatori incazzati con le loro prolunghe del cazzo per allungarselo, che a momenti tirano giù un ciclista. Mollo il Cap e vedo il Cavallo in fondo. E' la prima volta che faccio una corsa a riprendere, e ha un certo gusto; peccato che cominci a stufarmi di far girare le gambe, un momento di debolezza e insofferenza, il Cavallo si avvicina ma non è affatto cotto, tiene il suo ritmo. A 2 km dalla fine si entra in Pavia, ha ancora 44" di margine, capisco che non lo riprenderò; cerco allora di non calare, sorpassare altri e tenere a distanza i passi che sento dietro. Chiudo a 28", e va bene così, 32756m in 2.29.06.
E così son tornato da Parma, a fare onore alla Duchessa e ai suoi 31,650 km. Primi 10 a 4.28, poi secondo giro un po' troppo forte, con alcuni passaggi pericolosamente vicini ai 4.20, poi un leggero calo all'ultimo giro, ma proprio leggero, soprattutto perché il campo gara si è improvvisamente svuotato di quelli della 21, e si faceva fatica, in pochi, con in più il sole forte che saliva; però però, la forza di allungare gli ultimi 3 km qualcosa vorrà dire. Persa la volata a 3 nella quale in verità risalivo da dietro, ma senza impegnarmi a sangue: 2.20.20, 4.26 di media, proiezione sotto le 3.08.00.
Però altri 10 da farli a quel passo me li devo conquistare nel prossimo mese; vedremo.
Alla fine rosticceria siciliana di Parma, 1 arancino 1 birra, con lo stomaco in subbuglio: mai apprezzati tanto.
E così Sabato, con il dolorino al ginocchio sinistro posteriore ancora inspiegato, ho deciso di farla finita, anzi di iniziarla; di iniziare la parte di preparazione con i lunghi. Approfittando della temperatura settembrina, ho portato la macchina fino al cimitero di Cernusco, e da là mi son messo in marcia, digiuno, verso est.
In macchina, ad aspettarmi, una barretta al sesamo, premio per il rientro.
Obiettivo 2 ore, mai fatto prima.
Il ginocchio ha rognato per soli 300 metri, e poi si è rassegnato; dopo circa 30 minuti la prima fontanella, quella di Gorgonzola; proseguo, arrivano le campagne, mi carico e aventi, raggiungo la Piazza di Inzago e la seconda fontanella, che sembra spenta ma ha un bottoncino a lato. Sono passati 69', ora di tornare; ripasso a Gorgonzola per bere, e affronto l'ultima mezz'ora un po' faticosamente, soprattutto perché ormai sono le 10.30 e il sole comincia a salire. Termino alla fontanella di Cernusco Parco, 129' di cui circa 3 di pause intermedie.
Dovrei avre fatto circa 27 km, visto che i pochi km che ho preso mi davano sui 4.28-4.40.
Tenuto conto che è estate, che ero digiuno, e che uscivo da una settimana pesante, si va avanti speranzosi.
We don’t want our runners like weight lifters, we don't like our runners like gymnasts; we want them like ballet dancers.
(Arthur Lydiard).
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